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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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#47 / Editoriale

Distruggere lo Stato di diritto, liberarsi del vincolo che esso rappresenta per l’esecutivo: a questa volontà si riconosce un potere autoritario, e la sua effettiva realizzazione è il momento in cui un regime cessa di avere un carattere democratico. In Israele, il progetto di riforma giudiziaria volto a ridurre le competenze della Corte suprema aveva suscitato enormi manifestazioni di durata eccezionale, che avevano profondamente diviso il paese, prima che il 7 ottobre ne determinasse la sospensione. La « legge sulla pena di morte per i terroristi » adottata dalla Knesset il 30 marzo si inserisce nella continuità di questa “messa in discussione” dello Stato di diritto e appare, sotto questo profilo, come un momento di svolta. Se è probabile che la legge venga bocciata dalla Corte suprema, non vi è dubbio che tale esito sarà utilizzato politicamente per attaccare la legittimità di questa istituzione, presentandola come contraria alla volontà maggioritaria e alla sua esigenza di sicurezza. Ancora di più, l’attacco all’autonomia del sistema giudiziario emerge chiaramente nelle implicazioni della legge che vanno oltre gli effetti discriminatori legati al fatto che è concepita per applicarsi ai palestinesi della Cisgiordania, giudicati davanti a tribunali militari, mentre i cittadini israeliani residenti nello stesso territorio sono giudicati davanti a tribunali civili. L’analisi di Anne Rethmann insiste sulla messa in discussione del potere di valutazione dei giudici implicata dalla trasformazione della pena capitale in pena “di default”, riducendo il loro margine di discrezionalità alla sola possibilità di disattivare tale automatismo in circostanze eccezionali. Richiamando la storia del rapporto di Israele con la pena di morte, e in particolare il processo Eichmann, Rethmann mostra fino a che punto si tratta di un’inversione della logica giuridica che annuncia uno slittamento strutturale: dal diritto come sistema vincolante alla sua subordinazione a un potere che si richiama alla volontà maggioritaria. Uno slittamento in cui appare con particolare chiarezza, insieme alla deroga ai principi dello Stato di diritto, la rottura con l’altra dimensione su cui si fonda Israele: la valorizzazione del punto di vista minoritario, caratteristico del popolo diasporico da cui questo Stato trae la propria origine storica. Per K. le due questioni sono inseparabili. Ed è portando pienamente alla luce la seconda che si trovano i mezzi per ristabilire la prima nella sua dimensione cruciale.

Esiste un altro modo in cui il diritto può essere distrutto, e riguarda il diritto internazionale. Se anche questa forma di distruzione finisce per avvantaggiare attori politici che non hanno alcun riguardo per i diritti umani e i principi democratici, il processo che la rende possibile non passa tuttavia per una messa in discussione frontale: è, in primo luogo, un processo autofago. Ciò accade quando un sistema giuridico internazionale, nato da intenzioni lodevoli, si mantiene senza riuscire a produrre gli effetti attesi. Il diritto internazionale diventa allora uno strumento retorico, una risorsa simbolica attivabile dagli attori statali che più sistematicamente ne violano i principi: si svuota progressivamente dall’interno. Simone Rodan-Benzaquen interroga questa settimana – alla luce della guerra con l’Iran, per la quale si è appena appreso che un cessate il fuoco è in via di firma – il fallimento strutturale del sistema giuridico internazionale e si domanda a quali condizioni un’architettura più efficace potrebbe sostituirlo.

Pierre Savy e Lisa Vapné hanno appena pubblicato presso l’editore Seuil Une brève histoire des croyances et préjugés antisémites. Ne proponiamo questa settimana un estratto, un brano intitolato “Dal’ebreo immaginario all’ebreo inesistente” che interroga il paradosso di un’escalation che finisce per produrre figure ebraiche fittizie, come se l’antisemitismo non potesse fare a meno proprio di coloro che pretende di voler cancellare.