#46 / Editoriale
Tra le caratteristiche che distinguono la Diaspora europea e quella americana, ce n’è almeno una che si può guardare con una certa invidia, soprattutto in questi tempi difficili. Alla lettura dell’intervista a Michael Walzer che proponiamo questa settimana– apparsa originariamente su Haaretz in gennaio – , questa differenza salta agli occhi: si tratta della libertà […]
Tra le caratteristiche che distinguono la Diaspora europea e quella americana, ce n’è almeno una che si può guardare con una certa invidia, soprattutto in questi tempi difficili. Alla lettura dell’intervista a Michael Walzer che proponiamo questa settimana– apparsa originariamente su Haaretz in gennaio – , questa differenza salta agli occhi: si tratta della libertà di tono con cui l’intellettuale americano parla di quell’Israele a cui è legato, proprio nel momento in cui rivolge la critica più ferma. Perché, al contrario, è così difficile per gli ebrei europei criticare Israele senza avere la sensazione di smentirsi, o persino senza trovarsi accusati di tradimento? Da dove nasce questo riflesso da stato d’assedio che troppo spesso frena l’espressione critica del loro sionismo? Senza dubbio lo si può spiegare con la storia di un’Europa colpevole, e dunque segnata da un profondo dubbio sulla sua capacità di proteggere i propri ebrei. Ne deriva un’ansia che conferisce allo Stato di Israele lo statuto di custode, di ultima istanza per la loro protezione. Ciò contrasta con la posizione degli ebrei americani, cittadini del «custode del custode», statuto assunto dagli Stati Uniti negli ultimi decenni, anche se oggi è rimesso in discussione dal rapporto puramente opportunistico dell’amministrazione Trump con Israele. In altre parole, gli ebrei americani sono nella posizione di poter pensare che in fondo possono anche fare a meno di questo Stato; gli europei non hanno il lusso di questo relativo distacco. Resta tuttavia da prendere la misura della svolta reazionaria in atto in questo Paese al quale siamo esistenzialmente legati, e bisogna trovare le risorse per non smentirsi con il silenzio. Ciò è tanto più imperativo in quanto questa svolta ha luogo nel momento del suo allontanamento dall’ancoraggio storico dello Stato di Israele nell’Europa diasporica. La legge iniqua e discriminatoria sulla pena di morte appena adottata alla Knesset, sulla quale dovremo tornare lo impone, ancora una volta. L’ingiustizia che essa manifesta ci riporta al punto più saliente della critica di Walzer, vale a dire il proseguimento di una logica di guerra che finisce per rimettere radicalmente in discussione la legittimità di ciò che la guerra aveva il compito di difendere. Dalla lettura di ciò che ha da dire su quanto è accaduto a Gaza il grande pensatore di Guerre giuste e ingiuste si può allora sperare di trovare di che ragionare sulla situazione presente. È precisamente ciò che la redazione di K. si è proposta di fare con franchezza in un testo introduttivo dedicato al suo intervento.
In Brasile, è un tutt’altro tipo di franchezza a far parlare di sé: consiste anzitutto nel dire apertamente tutto ciò che si rimpiange di un’epoca trascorsa in cui la gerarchia immaginaria delle razze era ordinata, e nel celebrare colui che aveva promesso di sbarazzare il mondo di quegli ebrei che lo minacciavano. Da alcune decine d’anni, infatti, e in modo particolare durante la presidenza Bolsonaro, i gruppi neonazisti si sono moltiplicati nel Sud del Brasile, al punto che le loro attività sono finite spesso nelle pagine di cronaca. Il filosofo brasiliano Renato Levin-Borges ci propone questa settimana una discesa in questo universo, e una riflessione psico-sociologica sul particolare radicamento del neonazismo in Brasile. Ricordando le ondate di immigrazione italiana e tedesca della metà del XX secolo, e la persistenza di un immaginario razziale ereditato dalla colonizzazione, mostra come questa storia si articoli con le attuali angosce di declassamento per produrre un antisemitismo particolarmente virulento.