# 39 / Editoriale
Che può significare, per una nazione che ha una responsabilità nei crimini nazisti, la costruzione di un museo della Shoah? Mentre l’Austria si appresta a condurre uno studio di fattibilità per la creazione di un’istituzione nazionale dedicata alla memoria, è chiaro che sarà necessario inventare piuttosto che imitare. Perché, per avere senso, un museo austriaco della Shoah dovrebbe porre l’accento sulla responsabilità austriaca – una responsabilità politica, sociale e morale – piuttosto che esternalizzare la colpa o rifugiarsi nell’astrazione. Mescolando storia, memoria culturale e politica attuale, Liam Hoare esamina il ruolo dell’Austria nella macchina genocidaria nazista, i limiti dell’educazione come antidoto all’antisemitismo e il rischio di portare avanti gesti simbolici sotto pressione economica e politica. Un museo della Shoah in Austria non può assolvere al suo scopo se non affrontando con rigore chi ha commesso quei crimini e le ragioni per cui li hanno commessi
«E chi di noi, inoltre, potrebbe garantire agli Ebrei che in Occidente non ci sarà più alcun Hitler? […] E non è logico che, chi non può garantire questo, accetti, almeno in cuor suo, l’esperimento dello Stato d’Israele, riconoscendone la sovranità e la libertà?» Queste righe, scritte in occasione della guerra dei Sei Giorni, sono pubblicate da Pasolini sul numero di aprile-giugno 1967 sulla rivista Nuovi Argomenti. Si rivolgono anzitutto ai compagni comunisti italiani, di cui denuncia con virulenza l’allineamento sull’antisionismo sovietico.
K. pubblica questa settimana una traduzione inedita di questa presa di posizione, accompagnata da un’analisi di Tristan Koskas che ricolloca il rapporto di Pasolini con gli ebrei e con Israele all’interno della sua estetica, e ne interroga tutta l’ambivalenza. Poiché l’accettazione «nel proprio cuore» dell’«esperienza dello Stato d’Israele» non corrisponde certo, per Pasolini, a un amore del sionismo. Da un lato, una coscienza ravvivata dalla guerra dei Sei Giorni della possibilità dell’annientamento, e dunque della legittimità dell’esperienza sionista. Dall’altro, un profondo disprezzo per il nazionalismo, raddoppiato dal disappunto per l’idea che esso abbia trasformato gli oppressi di sempre in borghesi come gli altri, e dunque spezzato la possibilità di identificarsi pienamente con loro. Resta il fatto che, nel momento decisivo, Pasolini fa udire una voce chiara malgrado la sua ambivalenza: riconosce, di fronte all’impossibilità di una garanzia, il diritto degli ebrei a organizzare la propria perseveranza, fosse anche in ciò che gli appare il culmine della stupidità. Senza dubbio è questo il segno di un europeo che si mantiene all’altezza della propria coscienza storica. Quanto deve essere accaduto a questa coscienza perché voci simili fatichino oggi a farsi ascoltare, in particolare a sinistra, resta un interrogativo cui non ci si può sottrarre.