# 36 / Editoriale
Un progetto, anche quando è già stato realizzato, va continuamente rimesso in discussione, se non si vuole lasciarlo andare alla deriva. Chi osserva lo stato attuale di Israele, pur consapevole del significato profondo della sua esistenza per il popolo ebraico, non può che avvertirlo con particolare intensità. Riprendere un progetto, però, non significa limitarsi a una fedeltà formale all’ideale originario: le generazioni si succedono e ciascuna è chiamata, di fronte alle sfide del presente, a riappropriarsi del senso di ciò che continua.
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Rimanere sionisti
Rinnovare i linguaggi
Questa settimana diamo spazio a una voce giovane, quella di Alexandre Journo, impegnato in quel lavoro di ripresa critica senza il quale le realizzazioni di ieri rischiano di svuotarsi. Per lui, “rimanere sionista” significa anzitutto saper diagnosticare l’inerzia del rapporto ebraico con Israele, la difficoltà ad ammettere la traiettoria intrapresa dallo Stato e a riconoscerne le responsabilità. A partire dalla sua esperienza nella trasmissione del sionismo all’interno delle istituzioni comunitarie francesi, Journo mette in guardia dal rischio di una calcificazione che può condurre, in ultima analisi, all’abbandono del sionismo da parte delle giovani generazioni. In questo senso, “rimanere” non ha nulla a che vedere con l’immobilismo: significa piuttosto remare controcorrente, nella speranza che le cose possano cambiare.
Nelle edizioni francese e inglese di K. viene inoltre proposto il testo di Gadi Luzzatto Voghera, uscito in italiano alcune settimane fa, dedicato ai conflitti che attraversano oggi la definizione stessa di antisemitismo. Anche qui, la tensione tra inerzia storica e rinnovamento generazionale occupa un posto decisivo. Lo storico italiano affronta questa sfida introducendo una nuova parola, «J-Hate», a partire dalla constatazione che la storia del Novecento tende a sovrapporsi alla comprensione delle attuali manifestazioni di odio verso gli ebrei, finendo per oscurarne la specificità. Rinnovare il rapporto con le questioni contemporanee diventa dunque necessario. Se è vero che l’introduzione di un nuovo termine non può, da sola, porre fine alle interminabili discussioni su ciò che rientra o meno nell’odio antiebraico, il carattere aporetico di queste controversie indica chiaramente la necessità di rilanciarle, aprendo nuovi sviluppi.
Da dieci anni, le edizioni dell’Antilope svolgono un lavoro prezioso di pubblicazione e traduzione della letteratura ebraica in Francia. In occasione di questo anniversario, appena celebrato, ripubblichiamo alcuni brani del romanzo di Peretz Markish Una generazione se ne va, una generazione arriva (Dor oys dor ayn), tradotto dallo yiddish da Rachel Ertel, e una selezione di poesie raccolte e tradotte da Batia Baum nel volume Le Tas (Di Kupe). Dallo stesso catalogo dell’Antilope, i lettori potranno ritrovare anche estratti da Séjour à rebours di Jacob Glatstein, da Motl, figlio del cantore, l’ultimo romanzo di Sholem Aleichem, e il primo capitolo di Smotshè – Biografia di una strada ebraica di Varsavia di Benny Mer.
Riproponiamo infine un testo pubblicato lo scorso giugno. Atefe Asadi, poetessa iraniana in esilio ad Hannover, testimonia la disperazione e la solitudine del suo popolo. Se l’idea che la soluzione possa passare per un intervento militare esterno è difficilmente condivisibile, ciò non esime il mondo occidentale, e in particolare l’Europa, dall’agire in coerenza con i propri principi. La testimonianza di Asadi mette in luce l’inaccettabile e una situazione in cui l’assenza di solidarietà internazionale ha fatto sì che gli attacchi israeliani risvegliassero una speranza a lungo sepolta, segnata tuttavia da ambivalenza e umiliazione. La fiamma della libertà continua a danzare nel cuore degli iraniani; spetta alle democrazie allineare azioni e discorsi per non lasciarla spegnere.