Europa, ultima chiamata
Europa come promessa, e come eredità, per misurare il peso della storia tedesca e la fragilità del presente: Habermas è qui il riflesso di una generazione segnata dal nazismo e dalla necessità di fare i conti con la responsabilità e con la speranza. Di fronte agli Stati Uniti che cambiano ruolo, a un’Europa che fatica a pensarsi soggetto politico autonomo, e a un mondo dove il potere si ricompone nell’Indo-Pacifico, la riflessione di Habermas è chiara e severa: la capacità dell’Europa di farsi carico del proprio destino è più decisiva che mai, e mai è stata così incerta. Nel testo di Ada Treves, Kurt Kister lo presenta attraverso lo sguardo di Philipp Felsch, restituendoci un filosofo che non si limita a elaborare teorie, ma ci richiama a responsabilità concrete, radicate nel passato e ineludibili nel presente.
«Per Jürgen Habermas, “Europa” è da tempo un’espressione di speranza. Il filosofo tedesco del secolo, nato nel 1929, si considera uno dei “figli di un nazionalismo barbaro”, come affermò in un discorso del 1998. Questo destino tedesco, che condivide con milioni di persone non solo della sua generazione, ha plasmato la figura dell’intellettuale pubblico al punto che “con tutti i suoi interventi ha reagito alla situazione storica specifica determinata dalla sopravvivenza del nazionalsocialismo in Germania”. Così scrive Philipp Felsch nel suo studio biografico Der Philosoph (Il filosofo), pubblicato nel 2024». E così scriveva Kurt Kiester il 21 novembre sulla Süddeutsche Zeitung, in un articolo intitolato Un testo per il futuro.
Nella stessa pagina è stato pubblicato il testo di un intervento pronunciato due giorni prima a Monaco da Jürgen Habermas, la sua ultima analisi dell’attualità. Conteneva una constatazione senza appello: l’America capace di incarnare una certa idea dell’Occidente non esiste più, ciò che vi sta accadendo – epurazione dell’esecutivo e neutralizzazione del diritto accompagnate dal silenzio di una società civile che riserva la propria indignazione ad altre cause – è un cambio di regime legittimato dalle urne e per l’Europa, intrappolata in un’alleanza che ha perso la sua coerenza normativa, è tempo di fare un bilancio.
«L’America capace di incarnare una certa idea dell’Occidente non esiste più, ciò che vi sta accadendo è un cambio di regime legittimato dalle urne e per l’Europa, intrappolata in un’alleanza che ha perso la sua coerenza normativa, è tempo di fare un bilancio»
Quello operato dalla Süddeutsche Zeitung – uno dei principali quotidiani tedeschi, fondato nel 1945 a Monaco, capace di orientare il dibattito pubblico grazie a giornalismo d’inchiesta, analisi politica e culturale approfondita, e rigore editoriale – non è un mero gioco di scatole cinesi, né un vezzo: la scelta di pubblicare un testo in cui Kurt Kister scrive citando Philipp Felsch che interpreta Jürgen Habermas che interpreta la propria esperienza storica aggiunge livelli di mediazione interpretativa.
Kurt Kister, uno dei più grandi giornalisti tedeschi contemporanei, è stato a lungo direttore della testata. Ma è anche l’autore di Mein Großvater – KZ-Aufseher Konrad Keller, un documentario in cui ricostruisce la vita di suo nonno, che tanti testimoni che descrivono come padre di famiglia esemplare, una persona che non sarebbe mai stata capace di far male a una mosca. Ogni giorno usciva per andare a lavorare: era un membro delle SS, le Schutzstaffel, un KZ-Aufseher, faceva il sorvegliante nel campo di concentramento di Dachau. Un viaggio nel passato che, raccontava Kister, è diventato un viaggio nella propria coscienza e nella coscienza dell’Europa, un chiedersi costantemente «come mi sarei comportato se fossi vissuto in quel periodo?».
E nel suo articolo sulla Süddeutsche Zeitung, Kister non introduce Habermas come un’autorità astratta, lo fa passare attraverso lo sguardo di Philipp Felsch, autore di una sua biografia. È una scelta precisa: Felsch è uno storico delle idee che lavora sulla Germania del secondo Novecento con attenzione costante al rapporto tra produzione teorica e contesto storico. Il suo libro più noto, Der lange Sommer der Theorie. Geschichte einer Revolte 1960–1990, (ossia “La lunga estate del pensiero teorico, Storia di una rivolta 1960–1990”) analizza la stagione teorica tra anni Sessanta e Ottanta come un fenomeno storico situato, non come una sequenza di dottrine. E nella sua più recente biografia di Habermas questa impostazione si radicalizza: il filosofo non viene trattato come un riferimento teorico astratto ma come una figura segnata dalla propria generazione e dal confronto con il passato tedesco. Lo racconta come il prodotto di una storia specifica, quella di una generazione tedesca cresciuta dopo il nazismo e costretta a fare i conti con quella eredità. È una figura già storicizzata, meno per quello che dice oggi, più per il ruolo che ha avuto, ossia dare forma a un’idea di Europa costruita come risposta politica e morale alle catastrofi del Novecento. Un’idea che riguarda da vicino anche l’ebraismo europeo: non come tema tra gli altri, ma come punto di origine implicito, perché quella costruzione nasce anche dall’esigenza di rendere politicamente impossibile il ritorno dell’esclusione, della persecuzione, della cancellazione degli ebrei d’Europa. Quell’Europa è il tentativo di trasformare una responsabilità storica, tedesca ma non solo, in un principio condiviso fondato su diritto, memoria e responsabilità. Ma nel testo di Kister il quadro cambia: mentre il presente si perde – gli Stati Uniti cambiano ruolo, i nuovi equilibri globali, un’Europa incerta – Habermas appare meno un riferimento e più il rappresentante di una stagione che si chiude. Resta la traccia di un progetto ambizioso, che ha offerto anche agli ebrei europei un orizzonte politico di sicurezza e riconoscimento per decenni. Ma resta il dubbio che il linguaggio con cui quel progetto è stato pensato non basti più a interpretare un mondo che, ancora una volta, sta cambiando forma.
L’idea di Europa costruita come risposta politica e morale alle catastrofi del Novecento riguarda da vicino anche l’ebraismo europeo: non come tema tra gli altri, ma come punto di origine implicito, perché quella costruzione nasce anche dall’esigenza di rendere politicamente impossibile il ritorno dell’esclusione, della persecuzione, della cancellazione degli ebrei d’Europa.
E tutto ciò succede nella stessa pagina in cui viene pubblicato il discorso di Jürgen Habermas, che apriva il suo intervento con una diagnosi secca della condizione europea: «Da qui in avanti dobbiamo proseguire da soli». La guerra in Ucraina, scriveva, ha solo accelerato la presa di coscienza di un cambiamento che era già in corso da anni: lo scivolamento progressivo degli Stati Uniti fuori dalla posizione di suprema potenza occidentale. Già dopo l’11 settembre, notava, «la mentalità di una popolazione impaurita è stata eccitata dalla retorica della presidenza Bush e dal suo vicepresidente, che hanno trasformato la percezione del terrorismo internazionale in una minaccia onnipresente». Un mutamento che ha trascinato con sé le strutture politiche e culturali dell’intero paese: «Nel corso della propaganda per la guerra contro Saddam Hussein e l’Iraq questo cambiamento di mentalità si è radicalizzato e stabilizzato», contaminando in profondità il sistema dei partiti e l’equilibrio istituzionale. Habermas ricostruiva il modo in cui questa trasformazione ha preparato il terreno a una progressiva erosione del ruolo globale americano, evidente oggi nelle prassi diplomatiche: «Al vertice dell’APEC (l’Asia-Pacific Economic Cooperation, il forum di cooperazione economica tra Paesi dell’Asia-Pacifico) in Corea del Sud, gli alleati statunitensi hanno iniziato a cercare accordi con vicini più neutrali o più dipendenti dalla Cina», mentre l’uscita anticipata del presidente americano ha lasciato spazio alla voce assertiva di Xi Jinping. Non si tratta, avvertiva, di un episodio isolato: «Dall’ingresso della Repubblica Popolare nell’Organizzazione mondiale del commercio, i governi più accorti hanno perseguito l’obiettivo di fare della Cina una grande potenza economica; ma solo con Xi, dal 2012, è diventato un obiettivo dichiarato sostituire l’ordine liberale del commercio mondiale con un ordine sino-centrico, portato avanti con una certa “aggressività difensiva”». È in questa logica che la Nuova Via della Seta, lungi dall’essere un semplice progetto infrastrutturale, si rivela un braccio della strategia geopolitica cinese: «Le maggiori beneficiarie sono state Russia, Pakistan, Malesia e Indonesia», ma ormai anche gran parte dei paesi in via di sviluppo dipende dai capitali di Pechino. La scena mondiale, aggiunge, si ricompone così attorno all’Indo-Pacifico: «I conflitti decisivi si concentreranno in futuro nel Sudest asiatico», dove Stati Uniti, Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e India compongono un mosaico di rivalità incrociate. E mentre nel Pacifico avanza questa nuova geometria del potere, altre forze si muovono sullo sfondo: «L’ascesa di potenze medie come Brasile, Sudafrica o Arabia Saudita testimonia un desiderio sempre più marcato di indipendenza», e l’allargamento dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) diventa il simbolo dell’erosione dell’egemonia occidentale.

Il punto di massima frizione, tuttavia, resta la trasformazione interna degli Stati Uniti. Con un tono che mescola analisi e allarme, Habermas scriveva: «È iniziata la gestione democraticamente legittimata della liquidazione della più antica democrazia della terra». Il fenomeno non è improvviso né limitato a deviazioni tecniche: è l’esito di un progetto annunciato da tempo, «la rapida espansione arbitraria e autocratica di un potere esecutivo alleggerito dei suoi freni istituzionali» che svuota il sistema giudiziario, assorbe competenze legislative attraverso politiche tariffarie aggressive e restringe la libertà di stampa e quella accademica. Descriveva l’invio della Guardia Nazionale nelle grandi città come «segnale della volontà del governo di utilizzare, se necessario, un esercito già reso obbediente contro i propri cittadini». La domanda inevitabile è come reagisce la società civile.
Il punto di massima frizione, tuttavia, resta la trasformazione interna degli Stati Uniti: «È iniziata la gestione democraticamente legittimata della liquidazione della più antica democrazia della terra», e «L’integrazione politica almeno del nucleo dell’Unione Europea non è mai stata così vitale per la nostra sopravvivenza come oggi. E mai così improbabile».
Ed è qui che Habermas si mostrava più disincantato: «Il fenomeno più sorprendente è la pusillanimità di una società civile quasi del tutto priva di resistenza, per non parlare della docilità e del conformismo di studenti e professori che, fino a poco fa, nei loro campus portavano all’estremo il loro dissenso contro la presunta potenza coloniale israeliana». Non è un confronto morale, ma un’ammissione: «Non dico che noi ci comporteremmo diversamente».
Il cuore dell’analisi riguarda però l’Europa. Quando gli Stati Uniti diventano un alleato inaffidabile, la domanda è se l’Unione Europea sia in grado di diventare un soggetto politico autonomo. Habermas non si faceva molte illusioni: anche nella gestione del conflitto ucraino, scriveva, «siamo ancora dipendenti dalla tecnologia statunitense necessaria per la sorveglianza aerea e senza la quale il fronte non potrebbe essere mantenuto». La dipendenza è tanto materiale quanto normativa: «Gli Stati Uniti non mantengono più il ruolo di sostenitori della legalità internazionale e forniscono armi che l’Europa, di fatto la Germania, paga». Il risultato è che l’Occidente «agisce ancora unito, ma non esprime più una autorevolezza normativa». Quanto alle responsabilità interne all’UE, Habermas non faceva sconti: «Con Merkel, la Germania ha perseguito una politica europea ipocrita: retoricamente europeista, ha respinto varie iniziative francesi per una maggiore integrazione economica, inclusa quella del presidente Macron». E anche ora, nel pieno del riarmo, «la Germania sviluppa la “più forte armata d’Europa” nell’ambito della sua sovranità nazionale», senza alcun passo verso un’integrazione politica effettiva. La conclusione non riguardava solo Berlino: «In quasi tutti i paesi membri crescono le forze politiche che spingono per decentralizzare o indebolire le competenze di Bruxelles», mentre gli Stati dell’Est chiedono più armamenti ma rifiutano qualsiasi cessione di sovranità.
Habermas chiudeva il suo testo senza illusioni, con una diagnosi definitiva: «L’ulteriore integrazione politica almeno del nucleo dell’Unione Europea non è mai stata così vitale per la nostra sopravvivenza come oggi. E mai così improbabile».