Una parte della società israeliana non si arrende e continua a protestare vigorosamente contro il governo. In questi giorni i manifestanti si riuniscono agli incroci e davanti alle abitazioni dei ministri per chiedere al governo di Benjamin Netanyahu un accordo di tregua a Gaza, chiamati a raccolta dal Forum delle famiglie degli ostaggi. Vi riproponiamo il testo sullo sciopero generale del 17 agosto scorso e ci sembra importante sostenere il movimento affilando il nostro senso K.ritico cui dedichiamo uno dei nostri dossier estivi. È nelle avversità e nelle polemiche che gli ideali si affermano e si precisano, e non possiamo che sperare che Israele e il sionismo escano più maturi dalla prova che stanno attraversando attualmente. Dall’Europa non c’è modo migliore per accompagnare questa speranza, bisogna contestare quelle forze che continuano ad avvelenare la situazione e che contribuiscono a immobilizzarla, in uno scontro irrisolvibile.
Rimbocchiamoci quindi le maniche: è ora di polemizzare con gli interlocutori più ostinati. Il dossier di questa settimana, che abbiamo voluto intitolare K.ritica, vuole sia essere una piccola guida all’autodifesa intellettuale che provare a fornire qualche argomento da usare contro interlocutori fastidiosi. Un aiuto a evitare le trappole che costellano il dibattito pubblico. È, come le scorse settimane sia una raccolta di testi organizzati attorno a un tema che l’occasione per riscoprire testi già pubblicati, e magari condividerli con chi ancora non conosce K., la rivista. Il nostro archivio è aperto, vi invitiamo a curiosare tra le centinaia di testi pubblicati in oltre quattro anni di impegno.
Cominciamo da coloro reputano l’alleanza degli ebrei con l’estrema destra non fosse forse una cattiva idea e che la fedeltà a Israele implichi applaudire le sue tendenze più autodistruttive: sarà loro utile leggere Trump e la guerra degli ebrei di Bruno Karsenti. La gustosa Risposta ebraica a una sinistra offesa di Elisheva Gottfarstein la riserviamo a coloro che si offendono quando vengono accusati di antisemitismo ma rifiutano di guardarsi allo specchio. L’articolo di Matthew Bolton su Cosa significa genocidio e quello di Julien Chanet su Il sionismo di sinistra sotto processo consentono di aprire il dibattito e la riflessione su concetti solitamente bloccati dai loro rigidi utilizzi ideologici. Infine, per i più coraggiosi, la riflessione di Julia Christ in Si può essere antisionisti? Un testo che vi permetterà di spiegare agli inopportuni a quali condizioni potrebbero legittimamente definirsi antisionisti (spoiler, non sono cose belle).
Dall’attacco del 7 ottobre e la guerra condotta da Israele a Gaza, la parola “genocidio” si è imposta nel dibattito pubblico, quasi una pietra di paragone. Simbolo di impegno intransigente per alcuni, non è più di competenza del diritto: diventa imperativo morale assoluto. In questo testo Matthew Bolton analizza lo slittamento del termine – da accusa dal valore giuridico a condanna ontologica – e mostra come il suo uso, alimentato dalla teoria del “colonialismo d’insediamento”, porti a escludere qualsiasi possibilità di azione politica sulla guerra di distruzione a Gaza condotta dal governo Netanyahu. Poiché affermando che Israele attua una logica di annientamento intrinseca alla sua stessa esistenza, si trasforma l’equazione “Israele = genocidio” in assioma di un’ideologia che rifiuta per principio qualsiasi soluzione politica al conflitto.
La fragilità dei goyim. Risposta ebraica a una sinistra offesa
“Oltraggio”, “infamia”, “affronto”. L’accusa di antisemitismo mossa contro La France Insoumise – ricorrente da diversi anni e che si è accentuata nel contesto attuale – ha risvegliato la suscettibilità di un gruppo di intellettuali organici. Questi ultimi hanno pubblicato un editoriale sul media di sinistra Au poste, con l’obiettivo di respingere «nel modo più serio e preciso possibile» tale accusa. All’origine dell’editoriale c’è la storica delle mobilitazioni sociali Ludivine Bantigny (accanita sostenitrice della polemista Houria Bouteldja), che l’11 giugno scorso aveva lanciato un «appello solenne» sul suo account X (ex Twitter) per elaborare una risposta collettiva e argomentata a questa «accusa infondata» proveniente dagli «avversari del Nuovo Fronte Popolare».
Il mondo ebraico, che attualmente sembra impegnato in un processo di divisione, potrebbe arrivare alla guerra intestina? Per Bruno Karsenti, l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti potrebbe portare alla rottura perché renderebbe impossibile ignorare il divario che ormai separa gli ebrei del potere da quelli del diritto.
Il sionismo di sinistra sotto processo
Che si possa essere sionisti e di sinistra è ciò che la sinistra antisionista contemporanea ha deciso di negare per principio. Tuttavia questa possibilità è ovviamente attestata da un intero capitolo della storia politica di Israele e dai movimenti politici a cui aderiscono molti ebrei della Diaspora. Julien Chanet si interroga qui sulle cause e le conseguenze di questa «evidenza antisionista» secondo cui «sionismo di sinistra» sarebbe un ossimoro. Preferendo denigrare tale realtà piuttosto che rifletterci sopra, l’antisionismo non solo mira a rendere gli ebrei un po’ più estranei alla sinistra, ma diventa paradossalmente l’alleato oggettivo del sionismo reazionario ostacolando ogni prospettiva di una soluzione politica al conflitto israelo-palestinese.
«Bisogna distinguere tra antisionismo e antisemitismo», affermano coloro che non gradiscono essere definiti antisemiti. A prima vista, questa esigenza non ha nulla di assurdo: è infatti necessario distinguere ciò che rientra in una critica legittima dello Stato ebraico da un sentimento sospetto e discutibile nei confronti degli ebrei. Ma è davvero necessario inventare un termine specifico per questa critica? La filosofa Julia Christ analizza i diversi usi possibili del concetto di «antisionismo» e si chiede a quali condizioni e in quale contesto la critica allo Stato di Israele possa legittimamente definirsi antisionista. Questa breve analisi della critica allo Stato e alle sue modalità permette di comprendere meglio quando l’antisionismo è solo un altro termine per indicare l’antisemitismo.